Stefania Hauser

«Ecrire, c’est mettre en ordre ses obsessions» Jean Grenier, Albert Camus


Quando ho preso tra le mani il libro di Stefania Hauser ho immediatamente pensato alle antologie d’un tempo. Non a una raccolta di racconti dunque, ma a un florilegio, efficace traduzione della greca anthologìa. Ho pensato alle antologie di scuola però, non ai tanti numerosi e spesso fallimentari libri collettivi il cui disegno ai più, perfino ai curatori talvolta, appare oscuro. Di quelle antologie in cui la memoria del paese si traduce attraverso racconti che al di là degli indubbi meriti stilistici, avevano la capacità di trasmettere ai ragazzi le parole dell’appartenenza, insomma “ciò che fosse buono ad imparare”, crestomazia, appunto. Antologia anche perché ti viene in mente quella per eccellenza, nel mondo delle lettere, opera di Edgar Lee Masters. Come nell’Antologia di Spoon River, con l’eccezione di uno dei racconti, tutti sono in prima persona e in tutti risuona insieme al tempo presente il senso di una ripetizione, di un eterno ritorno delle cose e della vita che le cose le muove, spesso senza fare rumore. Una prima persona talmente trasfigurata nei suoi personaggi da diventare altro grazie a complesse e surreali metamorfosi, ora un uomo, una donna, un feto, un assassino, ora addirittura un carattere tipografico, una macchina, da sembrare altro da sé, sfuggire al senso del tempo fermato di colpo, al pari della collina in cui dormono attraverso le loro 19 storie i 248 personaggi di quella magnifica storia americana; americana e genovese, per noi, almeno da quando De Andrè le ha cantate. Una vera dimensione geografica e temporale, che abbraccia Liguria, l’autrice è nata e vissuta a Genova e Langhe, proprio quella Santo Stefano Belbo che accolse per prima, con Cesare Pavese la Spoon River Anthology, e in cui Stefania Hauser vive attualmente. Così l’antologia ridisegna lo strappo, la ferita che separa mare e monti, mare che respiri insieme al sale, attraverso una citazione, talvolta con descrizioni talmente efficaci da fare sentire al lettore la sabbia assolata e il brusìo delle risacche.
Di altri e d’altrove, a prima vista sembra non riguardarci, se le cose accadono davvero altrove, se le cose le vivono soltanto gli altri. Ma non quando avviene lo scarto, e il destino decide quanto aveva previsto il poeta Rimbaud scrivendo “Je est un autre”. Uno scarto che è possibile misurare sempre, come quando si raccomanda di contare fino a dieci prima di dire o fare la cosa giusta.
Un anno esatto è trascorso da quando chiesi a Stefania di pubblicare su Nazione Indiana un suo racconto, Camera 304. Glielo avevo sentito leggere a un atelier di scrittura e mi avevano colpito tanto il suo silenzio composito, l’eleganza dei gesti, la timidezza quanto il trambusto che si portava dentro e che irrigava ogni linea della sua scrittura, in altre parole la sua ossessione per i numeri.
Un assedio, questo il significato latino della parola ossessione, un’occupazione militare degli spazi mentali, in cui “La ragioneria della vita impone scelte e rinunce”, scrive l’autrice prima di aggiungere: “Il tavolo è un campo di battaglia di bollette da pagare, addizioni e sottrazioni che si moltiplicano in un risultato sempre uguale = se chiude gli occhi, il soffitto si trasforma in una lavagna su cui proseguire i suoi calcoli. L’indecifrabilità che reclama la presunzione.”
Come nel primo racconto che le avevo sentito leggere, l’unica strategia possibile per sostenere il peso della realtà è di tentarne la misurazione, la divisione in segmenti, punti, tratti, linee, decifrabili. Come se alla cifra numero seguisse l’esperienza della cifra dell’esistenza, della sua più autentica matrice, del segno. Le cicatrici sono del resto i segni tangibili delle esperienze, la loro inconfutabile prova.
In ogni racconto le misure si sovrappongono, l’attesa si trasforma in spazio “cinque chilometri di tempo per corteggiare una città sfuggente” leggiamo a un certo punto. In più passaggi ricorre la parola tabellina, che è la memoria per eccellenza dell’infanzia e insieme sgomenta e fa da compagna: “L’ascensore non funziona. Lei è il peso dei lamenti che accompagna i condòmini per le scale, la mano che silenziosamente afferra i sacchetti della spesa e alleggerisce la vecchiaia degli altri, la cartella dei bambini e le tabelline imparate a memoria mentre l’ultimo piano è ancora lontano (quella del cinque regala solo pochi gradini, facile com’è), “ma no, non si deve disturbare”.
Così in uno dei primi racconti, Parto?, leggiamo ”Ore 12.35: peso tre chili e duecentocinquanta grammi, sono lungo quarantotto centimetri. Non mi resta che piangere, se voglio sopravvivere.” In un film, Lo zoo di Venere del 1985, diretto dal regista Peter Greenaway c’è a un certo punto una battuta a cui ho pensato durante la lettura di questo enigmatico libro. “Pensi che la zebra sia un animale bianco con strisce nere o un animale nero con strisce bianche?” Per chi non lo avesse visto si racconta la storia di due zoologi gemelli che elaborano il lutto della perdita delle rispettive mogli in un incidente stradale, proprio attraverso le otto tappe dell’evoluzione di Darwin, e lo studio del corpo che svanisce, muore a condizione di generare vita. Proprio da Greenaway avevo appreso che l’organismo umano si decompone tra i sei e i dodici mesi, più o meno, a far la media, nello stesso identico tempo che lo aveva generato, nove mesi, quaranta settimane, 280 giorni. Stefania Hauser sembra voler tentare lo stesso esperimento di mutazione agendo sui corpi che portano ancor prima che nelle parole, su di sè, le narrazioni, i destini, e lo fa da antòloga. Molti sono i punti in cui il lettore si ritrova tra le mani momenti di pura poesia, di piccola commedia sentimentale, di leggerezza, a cui partecipa divertito, emozionato, commosso, come nel racconto più bello, Comparse, insieme a Levanto, il cui titolo dice Liguria ma la parola fa pensare a una partitura musicale, a “un levare”.
“Tu dormi, ma a me tengono sveglia tre quarti d’ora di setacci, castelli medievali, schiamazzi di palloni, ritratti familiari nervosi, baci noncuranti. L’apparenza che ha cucita addosso taglia ogni indugio ed inizio a tirare il filo dell’immaginazione: due più due fa quattro. Ecco che ha sommato ogni centimetro percorso, ha moltiplicato i numeri della logica e diviso le colpe, ma ciò che le è stato sottratto è un’uguaglianza di affetto dallo sguardo innocente della prima elementare”.
L’antologia si chiude con un racconto in prima persona dell’assassino di John Lennon. “Forse Dio è solo un concetto col quale misuriamo il nostro dolore”, aveva scritto l’ex Beatles e forse Stefania Hauser sembra suggerirci con questi racconti lo stesso, con un florilegio che lascia nel lettore il profumo delle cose vere.

Francesco Forlani